Chissà se a Marek Hamsik con la sua cresta al vento che riempe di gel, taglia e rasa a secondo gli sfizi del momento, hanno mai raccontato che il look dei capelli sia stato sempre il modo più diverso (alternativo?) di essere calciatore. In Italia la trasgressione passava dai baffi di Sandro Mazzola (meglio con o senza?) o dai capelli biondissimi (e leggermente allungati) dello stopper juventino Morini. Arrivò al Milan Ruud Gullit e con la sua treccia nera e arricciata che fece parlare tutta l’Italia. A quel tempo a essere rivoluzionarie erano l’orecchino al lobo di Maradona e la rasatura da marines di Vialli. Cosa resterà di questi anni Ottanta, cantava Raf. Dagli scaffali rispuntano i berrettini con le trecce finte. E delle sue (vere) al vento l’olandese con il padre nato in Suriname diceva: «Io so che per me questi capelli non sono una moda, ma qualcosa di diverso. Intanto, non erano trecce, ma dreadlocks, cioè un modo di far crescere i capelli aggrovigliati fra loro, come tanti cordoni di lana. Non c’entra il parrucchiere o la moda. Per me era solo un modo di sentirmi libero». Poi andò alla Sampdoria e se le tagliò. Hamsik novello Sansone, affida la sua forza alla chioma. E visti i risultati del suo rivoluzionario predecessore olandese, fa bene.
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